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sabato 23 aprile 2016

Ma quale libero arbitrio? L'umanità vive sotto le leggi del rinforzo condizionato!



 

I rinforzi condizionati abbondano nelle nostre vite. Ci piace il suono del telefono che squilla o vedere una cassetta delle lettere stracolma di posta, anche se la metà delle lettere non sono divertenti o la maggior parte della nostra posta sia posta-spazzatura, perché abbiamo avuto numerose occasioni per imparare a collegare il suono di un telefono o le buste contenenti cose buone. Amiamo le musiche natalizie e odiamo l'odore dello studio dentistico. Teniamo intorno a noi - foto,piatti, trofei – non perché sono belli o utili ma perché ci ricordano di tempi quando eravamo felici o di persone che amiamo. Questi sono rinforzi condizionati.

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Siamo tutti molto abituati al modellamento e ad essere modellati. In maniera informale molta dell'istruzione fornita ai bambini è un processo di modellamento. La formazione di qualsiasi abilità fisica, dal tennis alla dattilografia, è costituito in gran parte da modellamento. Noi stiamo altresì usando il modellamento quando cerchiamo di cambiare il nostro comportamento -per smettere di fumare, parlare o ad essere meno timidi, o per gestire meglio i soldi.

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Il nostro successo o fallimento nel modellamento di un comportamento, in se stessi o negli altri, non dipende dalla nostra competenza ma dalla nostra persistenza. Il critico musicale del New York Times Harold Schonberg ha scritto di un direttore d'orchestra europeo che non era davvero un buon conduttore ma che ha fatto musica favolosa provando con la sua orchestra per un intero anno prima di ogni concerto.

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Qualsiasi cosa che è causa di qualche tipo di risposta comportamentale viene chiamato stimolo. Alcuni stimoli possono produrre risposte senza alcun apprendimento o addestramento: trasaliamo ad un forte rumore, battiamo le palpebre ad una luce brillante, e tendiamo a vagare in cucina quando gli odori appetitosi aleggiano verso di noi; gli animali farebbero lo stesso. Alcuni suoni, luci, e e profumi sono chiamati incondizionatamente, o principalmente, stimoli.

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Altri stimoli sono appresi tramite associazione con un comportamento rinforzato. Essi possono essere insignificanti in se stessi, ma sono diventati segnali riconoscibili per il comportamento: le luci del traffico ci fanno fermare e procedere, sobbalziamo nel rispondere ad un telefono che squilla, su una strada rumorosa ci giriamo al suono del nostro nome, e così via. Ogni giorno rispondiamo a una moltitudine di segnali appresi. Questi vengono chiamati stimoli, spunti, o segnali.

Impariamo gli spunti o segnali perché il comportamento ad essi associato è stato rinforzato nel tempo. Rispondendo ad un telefono che squilla si fa tacere la suoneria (un rinforzo negativo) e si ascolta una voce umana (un rinforzo positivo, o giù di lì si spera). Il segnale o stimolo discriminante pone le basi, o ci dà il via libera, per un comportamento che è stato in passato indotto col rinforzo. Viceversa, l'assenza dello stimolo ci informa che nessun rinforzo sarà imminente per quel particolare comportamento. Rispondi ad un telefono che non sta squillando, e tutto quel che otterrai è un segnale di linea.

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Nella musica, per fare un esempio. I direttori di orchestra spesso fanno un uso molto complesso dello stimolo controllato, e, a sua volta, un conduttore durante le prove può imbattersi in ogni tipo possibile di risposta errata. Egli può, ad esempio, utilizzare il segnale “Forte,” per ricevere più volume, diciamo, senza ottenerlo, forse perché non ha ancora stabilito chiaramente il significato del segnale. Oppure può evitare di segnalare per ottenere maggiore volume ed ottenere comunque un surplus sonoro. La sezione degli ottoni dell'orchestra classica è famosa a riguardo; Richard Strauss, in una lista satirica di regole per giovani direttori d'orchestra, diceva, “ Non guardare mai in modo incoraggiante i suonatori di ottoni.” il direttore d'orchestra può segnalare per un altro comportamento - “Presto”, forse – ed invece di ottenere più velocità musicale, ottiene più volume. I tenori solisti sembra lo facciano spesso. Finalmente, il direttore d'orchestra può chiedere maggior volume e invece ottiene un mucchio di errori. I cori amatoriali lo fanno.

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Il controllo dello stimolo è vitale anche in campo militare. L'addestramento di reclute in esercitazioni di prim'ordine, un laborioso e lungo affare, può sembrare tanto difficile quanto privo di significato per le reclute, ma ha una importante funzione. Non solo si stabilisce una pronta esecuzione dei comandi di marcia, che permette ai conduttori di muovere grandi gruppi di persone efficientemente, ma si impara anche l'abilità di rispondere a stimoli appresi in genere: l'obbedienza ai comandi, che dopotutto non è un semplice stato mentale ma una capacità appresa, che costituisce una abilità cruciale che spesso salva la vita di un soldato. Sin da quando furono inventati gli eserciti, le esercitazioni di prim'ordine sono state un mezzo per addestrare tale capacità.

 
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Quando vediamo alcuni esempi di comportamento stimolo-controllato eseguiti mirabilmente – dalla pattuglia aerea acrobatica della marina, gli Angeli Blu, ad una classe di bambini ben educati - spesso lo elogiamo in termini di disciplina: "Sono davvero ben disciplinati" o "Questo insegnante sa come mantenere la disciplina." La parola disciplina però, contiene implicitamente la punizione, che, come abbiamo visto, è del tutto inutile nell'istituzione di uno stimolo controllato. Nel linguaggio popolare il disciplinatore è l'allenatore, il genitore, o l'allenatore che richiede la perfezione e punisce per qualsiasi risultato inferiore, non quello che si avvicina alla perfezione attraverso il miglioramento gratificante in quella direzione. Ed è così che le persone che si apprestano a stabilire la “disciplina” spesso tendono a provare a ottenere il controllo dello stimolo sulle basi: “Fa ciò che dico o altrimenti...”. da quel momento il soggetto deve comportarsi male o disobbedire per scoprire cosa sia questo “altrimenti”, e da allora è troppo tardi per annullare il comportamento, questo approccio sempre popolare non funziona molto bene.

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Reale, elegante controllo dello stimolo; realizzato tramite l'uso del modellamento e dei rinforzi, può produrre risultati che interpretiamo come disciplina nel soggetto. La persona che è davvero diventata disciplinata, però, è l'istruttore.

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I rinforzi condizionati diventano immensamente potenti. Ho visto i mammiferi marini lavorare a lungo oltre al punto di sazietà a causa dei rinforzi condizionati, e cavalli e cani lavorare anche più di un'ora con pochi rinforzi primari. La gente, senza dubbio, lavora senza sosta per i soldi, che in fin dei conti non sono altro che un rinforzo condizionato, un gettone per le cose che si possono comprare.

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Una volta che si è stabilito uno stimolo condizionato, accade una cosa interessante: diventa un rinforzo. Pensa alla campanella dell'intervallo a scuola. La campanella dell'intervallo è un segnale che significa “sei dispensato, vai fuori a giocare” eppure è percepito come un rinforzo – i bambini sono lieti di ascoltarla, e se possono fare qualcosa per farla suonare più presto, la faranno. Adesso immagina una campanella dell'intervallo che non suona sinché la classe non è in silenzio.

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Tranne che nelle migliori circostanze, il nostro intero sistema scolastico sembra essere stato messo a punto per impedire ai bambini di imparare di proprio conto -penalizzando non solo gli studenti lenti ad imparare, che non hanno il tempo per apprendere, ma anche gli studenti che apprendono velocemente, che non ottengono il rinforzo addizionale quando la rapidità di pensiero li spinge avanti. Se capisci in un attimo ciò di cui il tuo insegnante di matematica sta parlando, la tua ricompensa potrebbe essere quella di scrivere annoiato per ore, anche settimane, mentre tutti gli altri apprendono poco alla volta. Nessuna meraviglia se la vita di strada sembra più divertente per quelli veloci così come per i lenti.

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La società, in special modo nel sistema scolastico, è a volte criticata per smorzare la creatività piuttosto che favorirne lo sviluppo. Credo che, sebbene questa critica è giustificata, è comprensibile che la società preferisca lo status quo.

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Le persone innovative sono imprevedibili per definizione, e forse la società può sopportare solo una certa percentuale di questi tipi. Così, molto spesso, la creatività individuale è disincentivata a favore di regole di gruppo. Forse il coraggio che ci vuole per sfidare questa tendenza avvantaggia gli innovatori che ci riescono.

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tratto da: Don't Shoot The Dog di Karen Pryor
traduzione: Luca Giammarco

venerdì 27 novembre 2015

Niente è come sembra


Ci sono due idee sulle menti e i cervelli che diamo per assodate. La prima prende origine dalla concezione secondo cui esisterebbe una sorta di scala ascendente delle creature viventi, che vede collocate sui gradini più bassi le creature meno complesse e meno evolute e agli apici quelle più complesse ed evolute. Tale gerarchia si applicherebbe a tutte le strutture dell'organismo, cervello incluso. Vi sarebbe perciò anche una scala ascendente e progressiva delle funzioni mentali, con la sommità occupata dalla nostra specie. La seconda è l'idea che i cervelli servano a darci una rappresentazione veridica della realtà. Le due idee hanno in comune vari aspetti, tra cui, quello di essere entrambe sbagliate. 

Giorgio Vallortigara: Il bello e le bestie. Percezione, cognizione e senso estetico... Giorgio Vallortigara: La mente che scodinzola. Intelligenza e stupidità... Giorgio Vallortigara: La mente che scodinzola. L’intelligenza nell’uomo e negli altri animali

venerdì 24 luglio 2015

Svolte epocali: la scoperta del fuoco


Quando i venti soffiavano forte da nord, spifferando gelidi che la grande cappa di ghiaccio continuava la sua avanzata, noi ammucchiavamo tutte le nostre riserve di legna e fascine davanti alla caverna e facevamo un grande fuoco, convinti che per quanto a sud si fosse spinta stavolta, fino in Africa, addirittura, noi eravamo perfettamente in grado di affrontarla e vincerla.
 Avevamo un bel daffare a procurarci il combustibile necessario per tutti quei falò, anche se con una buona lama di quarzite un ramo di cedro da mezza spanna si taglia in dieci minuti; erano gli elefanti e i mammut a tenerci caldi, con la loro premurosa abitudine di sradicare gli alberi per provare la forza di proboscidi e zanne. L'Elephas antiquus si dedicava a questo sport anche più del tipo moderno, perchè era ancora in pieno sforzo evolutivo. I mammut, che a quei tempi si sentivano già quasi perfetti, sradicavano alberi solo quando erano arrabbiati, o quando volevano far colpo sulle femmine. Nella stagione degli amori bastava seguire il branco per far legna; nelle altre un sasso ben centrato dietro l'orecchio di un mammut al pascolo faceva miracoli, garantendoti il riscaldamento, anche per un mese. E' un trucco, lo dico per esperienza personale, che funziona ottimamente con i grossi mastodonti; ma ce ne vuole, poi per trascinare a casa un baobab sradicato. Brucia bene, ma non puoi avvicinarti a meno di trenta metri.
[...]
Le faville salivano al cielo, nelle gelide e serene notti d'inverno, la legna verde sfrigolava, quella secca crepitava, e il nostro fuoco splendeva come un faro su tutta la Rift Valley. Quando la temperatura si abbassava parecchio anche in pianura, e le piogge spargevano umido e dolori alle giunture, costringendoci a restare al chiuso, veniva a trovarci zio Vania.
[...]
"Stavolta l'hai fatta grossa, Edward" tuonò.
"Avrei dovuto immaginarlo che prima o poi sarebbe successo, ma a quanto pare pensavo che ci fosse un limite anche alla tua follia. Naturalmente mi sbagliavo! Basta perderti di vista un'ora perchè tu commetta qualche nuova idiozia. Questa, poi! Edward, se già non ti avessi ammonito abbastanza, se già non ti avessi addirittura implorato, come fratello maggiore, di pensaci bene prima di proseguire sulla tua china rovinosa, di emendare la tua condotta prima che trascini te e i tuoi in qualche irreparabile disastro, avrei ora l'obbligo di dirti con enfasi almeno dieci volte più forte: fermati! Fermati, Edward, prima che sia troppo tardi...Ammesso che tu sia ancora in tempo, fermati...".
[...]
"Ehi, Vania, è un bel pezzo che non ti fai vedere! Vieni qua, vieni a scaldarti, mio caro. Dove ti eri cacciato?".
Zio Vania fece un gesto d'impazienza.
"Neanche tanto lontano. La stagione non è stata troppo propizia alla frutta e agli ortaggi su cui si basa, in buona sostanza, la mia dieta...".
"Eh, lo so" disse papà, comprensivo. "A quanto pare stiamo capitando in un'era interpluviale. Ho notato che ultimamente la siccità si è estesa".
[...]
"Sono tornato ieri" riprese zio Vania "e naturalmente avevo già intenzione di venirvi a trovare. La sera stessa ho capito che c'era qualcosa che non andava. Mi risulta che da queste parti ci sono undici vulcani, Edward...non dodici! Guai in arrivo, quindi, e ho subdorato che c'entravi tu. Sperando ancora, assurdamente, ma col cuore stretto, son corso qui. Avevo ragione. Vulcani privati, nientemeno! Stavolta l'hai fatta troppo grossa, Edward!".
Papà ebbe un ghigno sornione. "Lo credi davvero, Vania?" gli domandò. "Insomma, secondo te ci siamo, è il punto di svolta? L'avevo pensato anch'io, ma come si fà a esserne sicuri? Indubbiamente è una svolta, nell'ascesa dell'uomo, ma sarà proprio la svolta?" e papà strizzò gli occhi, in una sua tipica smorfia di comica disperazione.
"Che ne so se è una svolta o la svolta" ribattè zio Vania. "Io non presumo affatto di sapere quello che tu credi di fare, Edward. Ti monti la testa, questo sì! E ti dico che questa è la cosa più perversa e contronatura che uno..." 
"E' contro natura, eh?" disse papà, interrompendolo con impazienza. "Ma allora, Vania, l'artificiale è entrato nella vita subumana già con gli utensili di pietra. Sai forse è stato proprio quello il passo decisivo, e questa è solo un'elaborazione; e però la selce la usi anche tu, e quindi..."
"Ne abbiamo già discusso mille volte" rispose zio Vania. "Entro certi limiti ragionevoli, gli utensili e i manufatti non infrangono l'ordine naturale. I ragni usano la rete per catturare le prede; gli uccelli costruiscono nidi che noi manco ci sognamo; e chissà quante volte le scimmie avranno scagliato una noce di cocco per spaccarla su quella tua testa dura - cosa che forse spiega i tuoi deliri. Non più tardi di qualche settimana fà, ho visto un branco di gorilla attaccare una coppia di elefanti - elefanti, nota bene! - con dei bastoni. Sono disposto ad accettare come naturali le semplici selci sbozzate, a patto di non giungere a dipenderne, e di non raffinarle indebitamente. Non sono un reazionario, Edward, tanto è vero che fin lì ci arrivo. Ma questo! E' tutta un'altra cosa. Non si sa dove può portare. Coinvolge tutti. Anche me. Potresti bruciare la foresta. Che fine farei io, allora?".
"Oh, non credo che succederà, Vania" osservò papà.
"Tu non credi? Di' un pò, Edward, ma tu la controlli per davvero, questa roba?".
"Ehm...più o meno. Più o meno, sai com'è".
"No che non lo so! Più o meno? O la controlli o non la controlli! Non fare il furbo. Per esempio, la sai spegnere?".
"Se non la alimenti, si spegne da sè" fece mio padre, sulla difensiva.
Edward" disse zio Vania "ti avverto: hai messo in moto qualcosa che potresti non essere più in grado di fermare. Sei convinto che a non alimentarla si spenga: non hai pensato che potrebbe anche decidere di nutrirsi da sè? Che fine faresti allora?"
"Non è ancora successo" disse mio padre di malumore. "A dir la verità, perdo tutto il mio tempo ad alimentarla, specialmente nelle notti piovose".
"Allora ti consiglio di tutto cuore di spegnerla subito" disse zio Vania "prima che si inneschi una reazione a catena. Quanto tempo è che scherzi col fuoco?".
"Oh, l'ho scoperto qualche mese fa" disse papà.
"E sai, Vania, è una cosa veramente affascinante. Ha delle potenzialità incredibili. Voglio dire, ci puoi fare un sacco di cose, oltre al riscaldamento centrale, che è già un bel passo avanti. Ho appena incominciato ad intravederne le applicazioni. Prendi il fumo: credici o no, soffoca le mosche e tiene lontano le zanzare! 
[...]
Ma proprio in quella zio Vania lanciò un urlo, e cominciò a saltellare su un piede solo...
"Ahiaargh!" ruggiva zio Vania. "Accidenti a te, Edward! M'ha morsicato, hai visto? Ecco dove portano i tuoi trucchi infernali!Che cosa ti avevo detto? Finirà per divoravi tutti quanti!...Ti estinguerai, vi estinguerete tutti in men che non si dica!Siete fritti! Uhhiah...Torno sugli alberi! Stavolta hai passato il segno, Edward! Come a suo tempo ha fatto il brontosauro!".



mercoledì 22 luglio 2015

Le Teste parziali non hanno resilienza

 "Per testa parziale intendo la testa di quelli che si occupano dei soldi. Non dell'agricoltura o del commercio o dell'industria o dell'edilizia o di quello che volete voi, ma dei soldi in sé. Del denaro in quanto tale, capiscono o intuiscono tutto, ora per ora, minuto per minuto. Lo conoscono come se stessi, sanno come il denaro ha pisciato, come ha cacato, come ha mangiato, come ha dormito, come si è svegliato al matino, le sue giornate bone e le sue giornate tinte, quando vuole figliare, cioè produrre altro denaro, quando gli vengono le manie suicide, quando vuole restare sterile, perfino macari quando vuole farsi una chiavata senza conseguenze. In parole ancora più povere, quando il denaro si impennerà o quando andrà in caduta libera, come dicono quelli del telegiornale che si occupano di queste cose. Queste teste parziali si chiamano in genere, maghi della finanza, grandi banchieri, grandi operatori, grandi speculatori. La loro testa però funziona solo in quel verso, per il resto sono sprovveduti, goffi, limitati, primitivi, perfino assolutamente stronzi, ma ingenui mai".
 

A. Camilleri - L'odore della notte






Top rankin' - Bob Marley


Non vogliono vederci uniti

Poiché tutto quel che vogliono che facciamo è

Continuare ad agitarci e combattere


Non vogliono vederci vivere

Insieme. Ti dico io cosa

Tutto quel che vogliono che facciamo è

Continuare ad ucciderci l'un l'altro

Massima considerazione, massima considerazione

State facendo uno ska? State facendo uno ska?

Massima considerazione, massima considerazione

Vi state ingannando l'un l'altro

Quando dite che volete arrivare a stare

Insieme?

Dicono che il sangue scorre

E scorre lungo il nostro lignaggio

E i nostri cuori, al centro del cuore sacro

John dice che arrivano con la verità

Da un tempo antico

Amore per il fratello, amore per la sorella

Sento stamani

Sento stamani

Amore per il fratello, amore per la sorella

Sento stamani

Non vogliono vederci uniti

Poiché tutto quel che vogliono che facciamo è

Continuare ad agitarci e combattere

Non vogliono vederci vivere

Insieme

Tutto quel che vogliono che facciamo è

Continuare ad ucciderci l'un l'altro

Massima considerazione, massima considerazione

State facendo uno ska? State facendo uno ska?

Massima considerazione, massima considerazione

State facendo uno ska? State facendo uno ska?

Massima considerazione, dicevi sul serio?

State facendo uno ska? State facendo uno ska?

Massima considerazione, massima considerazione

State facendo uno ska? State facendo uno ska?
Video

mercoledì 17 giugno 2015

Amore e odio



BESTIA HUMANA - UNA MODERNA CARICATURA DELL'UOMO


Nella storia  dell'umanità si susseguono, quasi senza soluzione di continuità, capitoli sanguinari; né, fino a oggi, è cambiato qualcosa: solo che, forniti di armi atomiche, in caso di complicazioni belliche corriamo il pericolo di annientarci. Abbiamo imbrigliato le forze della natura, vinto le epidemie, sterminato gli animali feroci che un tempo ci minacciavano: oggi i nostri peggiori nemici siamo noi stessi - a meno che non si riesca di addomesticare le nostre pulsioni aggressive.
Ma, ve n'è la sia pur minima prospettiva? Non saremo forse dominati da un istinto di aggressione congenito, da una libido di assassinio che, nel caso migliore, possiamo reprimere, mai eliminare? Recentemente, proprio questo è stato ripetutamente affermato.
"Caino domina il mondo: a chi ne dubita consigliamo di rileggersi la storia" scrive Leopold Szondi nel 1969. Egli rappresenta la teoria secondo la quale a tutti gli uomini  è propria una disposizione all'assassinio, e parla di una diatesi di Caino, fattore istintuale innato; similmente scrive Robert Ardrey.
La stampa quotidiana e periodica riprende queste tesi. Così nel numero del 17 gennaio 1969 della rivista "Time" leggiamo che l'uomo è l'animale più aggressivo della terra, perché gioisce, fondamentalmente, nel torturare ed uccidere altri animali, compresi i congeneri. Addirittura, ogni figlio assassinerebbe volentieri suo padre se questo impulso naturale non venisse astutamente represso: un giorno, quel figlio si troverà infatti nella stessa situazione del padre.
La tesi afferma dunque che l'uomo è predisposto per sua natura all'assassinio, benchè ragione e capacità di previsione reprimano tale impulso: si potrebbe parlare di un concetto del bruto addomesticato. Da tale angolazione, nell'uomo, il bene è prodotto di cultura, il male risultato di pulsioni oscure contro cui egli nulla può. 
Non è una tesi nuova, questa dell'essenza asociale e omicida dell'uomo. Già la sosteneva il filosofo inglese Thomas Hobbes, riconoscendo all'uomo solo l'istinto all'autoconservazione e la brama di potenza. La lotta di tutti contro tutti, che necessariamente conseguirebbe alle premesse, sarebbe limitata, secondo Hobbes, solo dalla costrizione che le autorità esercitano sulla volontà dell'uomo.
 Ma è antica anche la tesi opposta secondo cui l'uomo, in origine, avrebbe avuto indole pacifica e buona e sarebbe stato guastato e reso aggressivo solo dalla civiltà (Jean-Jacques Rousseau). La disputa sulla 'vera' natura dell'uomo è giunta fino a oggi, e i punti di vista estremi sono ancora sostenuti da alcuni.
La tesi hobbesiana ebbe, nel corso del tempo, varie riedizioni: Thomas Huxley (1888) interpretava la darwiniana 'lotta per l'esistenza' in senso hobbesiano, come uno spietato scontro nel quale solo i più forti, agili e scaltri rimangono in vita. Egli confrontava tale processo con i combattimenti dei gladiatori, i quali ricevevano un trattamento d'eccezione per essere poi spinti, il giorno dopo, all'arena. Solo che, nel nostro caso, gli spettatori non hanno occasione di fare, prima, il gesto del pollice verso, perché, in ogni modo, non si concede grazia. Pjotr Kropotkin (1904), al contrario, ritiene che la socialità costituisca una legge di natura non meno della lotta. Egli fa notare che anche questo si sarebbe potuto leggere in Darwin, se del suo pensiero non fossero state colte più le formulazioni di maggiore effetto che la linea centrale.
I moderni paladini del concetto di 'bestia umana' si richiamano ai risultati della ricerca etologica e della psicoanalisi. Ambedue queste discipline hanno dimostrato che nell'uomo è innato un istinto aggressivo, e ciò viene poi sfruttato unilateralmente; da alcuni, a giustificare e scusare il comportamento aggressivo; altri, che rifiutano una posizione così conservatrice, curiosamente non rivolgono i loro strali contro chi usa illeggittimamente  l'etologia, ma sostengono che questa disciplina è responsabile dell'errore. Così, Arno Plack rimprovera gli etologi di aderire a corpo morto alla dottrina secondo la quale 'tutto è lotta', di costituire l'istinto aggressivo in istinto fondamentale di tutto ciò che vive, giustificando una cultura della violenza con la natura asociale dell'uomo. In analoga direzione si muovono molte delle critiche raccolte nel libro di Ashley Montagu. Si deve dunque supporre che questi autori credano che l'etologia insegni l'invariabilità della natura umana e veda in un istinto aggressivo la motivazione principe del comportamento dell'uomo.
Sfatare simili punti di vista è uno degli scopi di questo libro.
A questo proposito, è da premettere che accennare al carattere innato di un comportamento o di una predisposizione non implica affatto che essi siano tetragoni a qualsiasi influsso esercitato dall'educazione, né che li si debba ritenere 'naturali', intendendo con questa parola: 'funzionali'. Un comportamento sviluppatosi nel corso della filogenesi può perdere la sua funzione originaria: così, una forte pulsione aggressiva può aver promosso lo sviluppo intellettuale dell'uomo attraverso una drastica concorrenza fra gruppi umani, e, al contempo, può aver costretto l'uomo a diffondersi su tutta la terra. Ma oggi un eccesso di aggressività può per l'appunto portare all'autodistruzione; perciò non è il caso di accettarla incondizionatamente solo perché è innata, ma ci si deve sforzare di controllarla. L'etologia, attraverso l'indagine sulle situazioni basali, stabilisce le premesse per una terapia che dovesse eventualmente imporsi; essa cerca di investigare il funzionamento di quei meccanismi fisiologici che mettono in opera un certo comportamento allo scopo di riuscire a eliminare i disturbi dell'ingranaggio grazie alla conoscenza delle strutture funzionali. Così facendo, può risultare che certi adattamenti filogenetici sussistano in qualità di zavorra storica: siano, cioè, non funzionali o addirittura pericolosi per l'organismo, come lo è l'appendice ciecale. Simili 'appendici' possono darsi anche nel comportamento.
Non si vede bene su che si fondi l'obiezione di Plack che "gli etologi" ricondurrebbero tutto, in ultima analisi, all'istinto di aggressione: ma Konrad Lorenz, che Plack cita espressamente in questo contesto, parla, efficacemente, di un "parlamento degli istinti", dicendo chiaramente con ciò, che un animale viene motivato, spesso in modo polare, da diversi sistemi funzionali. La pulsione aggressiva è solo una fra molte. Ma poiché quelle accuse sono state tuttavia mosse, si deve supporre che, parlando di aggressività, si sia troppo poco posto in rilievo il potenziale sociale di uomini e animali.  Nelle predisposizioni alla consociazione è la chiave che può permettere di dominare il problema dell'aggressività. Perciò, in questo libro, vorrei parlare estesamente dei meccanismi sociativi, di quegli antagonisti naturali dell'aggressività su cui possiamo fondare le nostre speranze di un futuro di maggiore concordia. L'espulsione sociale (aggressività) e l'attrazione sociale (simpateticità) formano, nei vertebrati superiori, un'unità funzionale: e come tale io vorrei rappresentarle.
Difendo, cioè, la tesi che comportamento aggressivo e comportamento altruistico sono programmati attraverso adattamenti filogenetici e che, dunque, esistono norme prestabilite del nostro comportamento etico. A mio avviso, gli impulsi aggressivi dell'uomo vengono controbilanciati da inclinazioni alla socievolezza e al soccorso reciproco altrettanto profondamente radicate. Non è l'educazione che, per prima, ci programma al bene: siamo buoni già per predisposizione; e se riusciamo a dimostrare ciò cade la tesi citat all'inizio, che il bene sia sovrastruttura culturale secondaria. Esporremo come l'inclinazione alla collaborazione ed al soccorso reciproco sia innata come molte delle modalità comportamentali concrete del contatto amichevole. E' sarà oggetto di ricerca il perché tutte queste predisposizioni non siano state, finora, sufficienti a imbrigliare in ogni situazione le nostre pulsioni aggressive.
[...]
L'uomo è costituito originariamente per una vita di associazioni individualizzate: passando a una vita condotta in comunità anonime si verificano difficoltà di identificazione. Da un lato, esiste evidentemente l'impulso a fondare un rapporto anche con estranei; dall'altro, l'inclinazione a separarsi da altri chiudendosi in un gruppo. Noi incliniamo a coartare membri dei gruppi estranei in uno schema di ostilità: ci dobbiamo chiedere se, così facendo, veniamo indotti coattivamente a stabilire certi collegamenti di pensiero. Il chiarimento di questi nessi è di grande importanza per chi si dedichi allo studio delle premesse e modalità della pace. L'uomo, di fronte a estranei, si sente, sempre, meno legato, e dunque meno inibito nell'aggressività: questo è uno dei motivi per cui i conflitti intestini sono fra i più acri
[...]
Noi uomini siamo in generale convinti di agire per libero arbitrio; crediamo di poter liberamente decidere di fare una cosa e non fare un'altra. Ma, a volte, l'insorgere dell'ira non turba forse la limpidezza delle nostre decisioni? Non diciamo forse, come se fossimo costretti, cose che in altra situazione psicologica non avremmo detto? E, ancora, non reagiamo forse, a certe situazioni, addirittura automaticamente, in modi sostanzialmente uguali, senza prima aver riflettuto?

 


venerdì 10 aprile 2015

La tortura in Italia



PERSONALMENTE
NE HO ABBASTANZA

Vorrei molto brevemente soffermarmi su cose già dette, per ribadirle a mio modo. Ieri sera ho ascoltato con molta attenzione il discorso del ministro dell'interno e ne ho tratto il senso di ammonizione, di una messa in guardia: badate che state convergendo oggettivamente sulle posizioni dei terroristi!
Personalmente di questa accusa ne ho abbastanza! In Italia basta che si cerchi la verità perchè si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa! Come cittadino e come scrittore posso anche subire una simile accusa, ma come deputato non l'accetto. Non si converge assolutamente con il terrorismo quando si agita il problema della tortura. Questo problema è stato rovesciato sulla carta stampata: noi doverosamente lo abbiamo recepito qui dentro, lo agitiamo e lo agiteremo ancora!
La sola volta che ho incontrato Sartre è stato dopo il suicidio (o l'assassinio) di alcuni terroristi nella prigione tedesca. Sartre disse una cosa che mi ha impressionato molto, e che me lo ha fatto ammirare e rispettare di più di quanto non lo rispettassi e ammirassi già: che non faceva nulla perchè aveva dei dubbi. Noi non siamo venuti qui - ed almeno io personalmente - con delle certezze, ma con dei dubbi. Il ministro ha fatto una mossa maldestra perchè, interrogato su casi singoli, ha risposto come se avessimo messo sotto accusa l'intera polizia: questo non è vero! Io particolarmente ho posto degli interrogativi su voci che provenivano dalla polizia stessa. Su questa mia domanda il ministro non ha risposto e non l'ha nemmeno sfiorata. Torno a chiedere: il ministro mi dica qualche cosa su questa incredibile intervista che un funzionario di polizia ha rilasciato al giornale la Repubblica.

Leonardo Sciascia- 1982-

venerdì 20 febbraio 2015

Li soprani del monno vecchio e nuovo

mercoledì 4 febbraio 2015

Il mondo nuovo


"Le utopie appaiono oggi assai più realizzabili
di quanto non si credesse un tempo.
E noi ci troviamo attualmente davanti a una questione ben più
angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva?
... Le utopie sono realizzabili. La vita marcia verso le utopie.
E forse un secolo nuovo comincia; un secolo nel quale
gli intellettuali e la classe colta penseranno
ai mezzi d'evitare le utopie e di ritornare a una società
non utopistica, meno 'perfetta' e più libera".
Nicola Berdiaeff

1.
Un edificio grigio e pesante di soli trentaquattro piani. Sopra
l'entrata principale le parole: 'Centro di incubazione e di
condizionamento di Londra Centrale' e in uno stemma il motto dello
Stato Mondiale: 'Comunità, Identità, Stabilità'.
L'enorme stanza al pianterreno era volta verso il nord. Fredda,
nonostante l'estate che sfolgorava al di là dei vetri, nonostante il
caldo tropicale della stanza stessa; una luce fredda e sottile entrava
dalle finestre, cercando avidamente qualche manichino drappeggiato,
qualche pallida forma di mummia accademica, ma trovando solamente il
vetro, le nichelature e lo squallido splendore di porcellana di un
laboratorio. Gelo rispondeva a gelo. I camici dei lavoratori erano
bianchi, le loro mani erano protette da guanti di gomma di un pallore
cadaverico. La luce era gelida, morta, fantomatica. Solo dai gialli
cilindri dei microscopi essa prendeva a prestito un po' di sostanza
calda e vivente, spalmandola come del burro sui lucidi tubi, striando
con una lunga successione di strisce luminose i tavoli di lavoro.
«E questa» disse il Direttore aprendo la porta «è la Sala di
fecondazione.»
Nel momento in cui il Direttore del Centro di Incubazione e di
Condizionatura entrò nella stanza, trecento fecondatori stavano chini
sui loro strumenti, silenziosi e quasi trattenendo il respiro,
qualcuno canterellando e fischiettando, modo incosciente di
manifestare talvolta la più profonda concentrazione. Un gruppo di
studenti arrivati da poco, molto giovani, rosei e imberbi, seguivano i
passi del Direttore con una certa apprensione, quasi con umiltà.
Ciascuno di essi teneva un taccuino in cui scarabocchiava
disperatamente ogniqualvolta il grand'uomo apriva bocca: attingevano
direttamente alla fonte, privilegio raro. Il Direttore di Londra
Centrale aveva sempre cura di condurre in giro personalmente per i
vari reparti gli studenti nuovi.
«Semplicemente per darvi un'idea generale» egli era solito dir loro.
Perché un'idea generale dovevano pure averla, per compiere il loro
lavoro intelligentemente; e tuttavia era meglio che ne avessero il
meno possibile, se dovevano riuscire più tardi buoni e felici membri
della società. Perché, come tutti sanno, i particolari portano alla
virtù e alla felicità; mentre le generalità sono, dal punto di vista
intellettuale, dei mali inevitabili. Non i filosofi, ma i taglialegna
e i collezionisti di francobolli compongono l'ossatura della società.
«Domani» egli aggiungeva con una bonomia sorridente ma lievemente
minacciosa «vi metterete a lavorare sul serio. Non avrete da
gingillarvi con le generalità.


Tratto da: IL MONDO NUOVO, di Aldous Huxley.

martedì 16 dicembre 2014

Nel nome del Prodotto



Protezione

[...]
Era l'ora della pubblicità: sullo schermo, straccamente, si susseguivano incitamenti, consigli, lusinghe: comprate solo aperitivo Alfa, solo gelati Beta, comprate solo lucido Gamma per tutti i metalli; solo elmi Delta, dentrificio Epsilon, abiti fatti Zeta, olio Eta inodoro per le vostre giunture, vino Teta...
Marta finì coll'addormentarsi, ma sognò di dormire coricata sulle scale di casa, per traverso, mentre accanto la gente saliva e scendeva senza curarsi di lei. Si svegliò allo sferragliare di Enrico sul pianerottolo. non si sbagliava mai, era fiera di riconoscere il suo passo da quello di tutti gli altri inquilini. Quando fu entrato, Marta apparecchiò la tavola per la cena. Faceva caldo, e del resto il telegiornale aveva annunciato che la pioggia di micrometeoriti attraversava un periodo di scarsa attività: perciò Enrico sollevò la visiera, e gli altri lo imitarono. Così era anche più agevole portare il cibo alla bocca, invece che attraverso la piccola valvola stellare che si sporcava sempre e poi puzzava. Enrico interruppe la lettura del giornale per annunciare: - ho incontrato Roberto sulla metropolitana: era un pezzo che non ci vedevamo. Verrà stasera con Elena a trovarci.
Arrivarono verso le dieci, quando già i ragazzi erano a letto. Elena portava uno splendido completo in acciaio AISI 304, con saldature ad argon quasi invisibili e graziosi bulloncini a testa fresata; Roberto, invece, indossava una corazza leggera, di modello inusitato, flangiata lungo i fianchi e singolarmente poco rumorosa:
-Me la sono comperata a marzo, in Inghilterra: sì, sì, è inossidabile, tiene benissimo la pioggia, ha tutte le guarnizioni in neoprene, e si mette e si toglie in non più di un quarto d'ora.
-Quanto pesa?- chiese Enrico, senza molto interesse.
Roberto rise, senza imbarazzo, - Già, è qui il punto debole. Sapete bene, si tende all'unificazione, qui nel Mercato Comune ci siamo già arrivati, ma laggiù, per quanto riguarda i pesi e le misure, sono sempre indietro di qualche passo. Pesa sei chili e ottocento: le mancano solo duecento grammi per essere in regola, ma vedrete che nessuno se ne accorgerà; o magari, tanto per la legalità, mi farò riportare un pochino di piombo qui dietro il collo, dove non si vede. A parte questo, tutti gli spessori sono in ordine, e ad ogni buon conto mi porto sempre dietro un certificato d'origine e il disegno quotato, in questa fenditura accanto alla targa. Vedete? è fatta apposta: è una delle piccole idee che rendono facile la vita. Gli inglesi sono gente pratica.
Marta non potè fare a meno di lanciare un'occhiata di sfuggita alla corazza di Enrico: lui no, poveretto, non sarebbe mai andato a fare acquisti a Londra. Portava ancora la vecchia armatura in lamiera zincata dentro la quale, anni prima, lei lo aveva conosciuto: decorosa, certo, senza un briciolo di ruggine, ma che fatica per la manutenzione! E poi, la lubrificazione: non meno di sedici ingrassatori Stauffer, di cui ben quattro fuori mano, e guai a saltarne uno o a saltare una domenica, se no strideva come un fantasma di Scozia, e anche, guai a esagerare, o altrimenti lasciava il segno su tutte le sedie e le poltrone come una lumaca. Ma Enrico sembrava che non se ne accorgesse: diceva di sentircisi affezionato, e parlargli di cambiare era un'impresa disperata, anche se, pensava  Marta, si trovano adesso degli equipaggiamenti in regola con la legge, pratici, quasi eleganti, e che se li paghi a rate non te ne accorgi neanche.
Sbirciò la propria immagine, riflessa nella specchiera. Anche lei non era il tipo di donna che passa la giornata dall'estetista e dal parrucchiere, eppure rinnovare un poco il suo guardaroba le avrebbe fatto piacere, non c'era dubbio: in fondo si sentiva ancora giovane, anche se Giulio aveva ormai sedici anni. Marta seguiva distrattamente la conversazione. Roberto era di gran lunga il più brillante dei quattro: viaggiava molto e aveva sempre qualcosa di nuovo da raccontare. Marta notò con piacere che cercava di incontrare il suo sguardo: un piacere puramente retrospettivo, perché quella loro faccenda era ormai vecchia di dieci anni, e a lei non sarebbe più successo niente, lo sapeva, né con lui né con altri. Un capitolo chiuso: se non per altre ragioni, almeno per via di quella fastidiosa faccenda della protezione obbligatoria, per cui uno non sapeva mai se aveva a che fare con un vecchio o con un giovane, con un bello o con un brutto, e tutti gli incontri si limitavano ad una voce e al balenare di uno sguardo in fondo a una visiera. lei non aveva mai capito come una legge assurda avesse potuto essere votata: eppure Enrico le aveva spiegato più volte che i micrometeoriti erano un pericolo vero, tangibile, che da vent'anni la Terra ne stava attraversando uno sciame, e che bastava uno solo ad uccidere una persona, penetrandola in un istante da parte a parte. Si riscosse accorgendosi che Roberto stava proprio parlando di quell'argomento.
- Anche voi ci credete? Beh, se leggete sempre e soltanto "L'Araldo" non c'è da stupirsi, ma ragionateci sopra, e vi accorgerete che è tutta una montatura. I casi di "morte dal cielo", come si dice adesso, sono pochi in misura ridicola, non più di venti veramente accertati. Gli altri sono infarti o accidenti.
-Ma come!- disse Enrico. - Solo la settimana scorsa si è letto di quel ministro francese che era uscito per un attimo sul balcone senza armatura...
-E' tutta una montatura, vi dico. L'infarto è sempre più frequente, ed è un'istituzione che non serve a nessuno: in regime di pieno impiego, hanno semplicemente cercato di utilizzarlo, è tutto qui. Se a chi tocca non ha una corazza, è stato un MM, un micrometeorite; se la corazza c'è, allora resta un infarto, e nessuno ci fa caso.
_E tutti i giornali si prestano?
-Tutti no: ma sapete bene com'è, il mercato dell'auto è saturo, e le linee di montaggio sono sacre. non si possono fermare. Allora si convince la gente a portare corazze, e si mette in prigione chi non obbedisce.
Non erano novità: erano considerazioni che Marta aveva già sentite, e anche più di una volta, ma si sa bene che spesso anche tipi brillanti come Roberto si trovano a corto di argomenti, e del resto, a ripetere cose già note si va sul sicuro e si evitano quei buchi di silenzio che danno tanto disagio.
Io però - disse Elena, - devo dire che nella corazza ci sto bene. Non è che io lo abbia letto sui giornali femminili: ci sto bene proprio, come si sta bene a casa.
- Ci stai bene perchè la tua corazza è bella: anzi scusa se non te l'ho ancora detto ancora, ma è una meraviglia, - disse Marta con sincerità. - Non ne ho mai vista una così ben disegnata: sembra proprio fatta su misura.
Roberto si schiarì la voce, e Marta comprese di aver commesso una gaffe, anche se non tanto grave. Elena rise, con indulgenza e sicurezza: - Lo è, fatta su misura! - Volse uno sguardo riconoscente a Roberto, e aggiunse: - Lui sai, ha certe conoscenze nell'ambiente dei carrozieri di Torino... Ma non è per questo che dicevo di starci bene dentro. starei bene in qualunque corazza. Alla storia degli MM ci credo poco, anzi niente, è sentire che è tutta una montatura per fare guadagnare soldi alla General Motors mi fa venire una gran rabbia, eppure... eppure sto bene con e male senza, e come me ce ne sono tanti, ve lo posso assicurare.
- Non prova nulla, - disse Marta. - Hanno creato un bisogno. Non è il primo caso: sono molto bravi a creare bisogni.
- Non credo che il mio sia un bisogno artificiale: se fosse così, chissà quanta gente ci sarebbe che si fa sorprendere senza corazza, o con una corazza non regolamentare; anzi, non avrebbero neppure votato la legge, o la gente avrebbe fatto una rivoluzione. Invece io... è un fatto: io mi ci sento...come dire?
- Snug,- intervenne Roberto, ironico: per lui non doveva essere un discorso nuovo.
- Come? - fece Enrico.
- As snug as a bug in a rug. E' difficile da tradurre, e anche un pò offensivo: ma non tutti i bugs sono scarafaggi.
- Ad ogni modo, - riprese Elena, - per me è così: mi ci trovo snug come uno scarafaggio in un tappeto. Mi sento protetto come in una fortezza, e alla sera quando vado a letto me la tolgo malvolentieri.
- Protetta contro che cosa?
- Non so: contro tutto. Contro gli uomini, il vento, il sole e la pioggia. Contro lo smog e l'aria contaminata e le scorie radioattive. Contro il destino e contro tutte le cose che non si vedono e non si prevedono. Contro i cattivi pensieri e contro le malattie e contro l'avvenire e contro me stessa. Se non avessere fatto quella legge, credo che mi sarei comperata una corazza lo stesso. [...]
Infine si salutarono: Roberto si sfilò il guanto ferrato per stringere la mano nuda di Marta, e Marta provò un piacere intenso e breve che la riempì di una tristezza grigia, luminosa, non dolorosa: questa tristezza le rimase addosso a lungo, le tenne compagnia dentro la sua corazza e l'aiutò a vivere per parecchi giorni.

Tratto da "Vizio di forma" di Primo Levi