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mercoledì 6 aprile 2011

Bean's return ovvero il ritorno di mister Bean, parte terza

Savoiardescamente... Bean !!!




E’, quantomeno, curiosa la tesi propugnata da mister Bean secondo la quale il fascismo operò negli ambiti contemplati dall’architettura costituzionale coeva ma prima di sbilanciarmi attendo un istante perché temo che anche questa sua uscita possa essere l’ennesimo tranello tattico per colpirmi, fulmineo, con le sue ripartenze per cui lascio, dopo un istante di surreale silenzio, che prosegua nella sua disquisizione. Bean sostiene che nessun regime totalitario, ad eccezione del fascismo appunto, ha mai prestato una così maniacale attenzione agli aspetti costituzionali dell’architettura del potere perché il partito non si è limitato ad occupare ed a presiedere la gestione della res pubblica ma ha operato una serie di accorgimenti, taluni addirittura maniacali secondo lui, per consolidare la sua struttura e questo, a ben vedere, nell’ottica di un superamento del fascismo stesso.
Non lo seguo molto, in verità, perché questa idea secondo la quale il fascismo abbia lavorato per porre fine a sé stesso mi sembra una asserzione, a dir poco, fantasiosa laddove, secondo Bean, questa evoluzione politica era intrinseca al movimento stesso e per cercare di capirne le recondite motivazioni il nostro eroe sposta la macchina da presa ed inquadra il fenomeno da svariate angolazioni antitetiche ma, al contempo, speculari.
Da un lato – mi dice – occorre prendere in considerazione la personalità del futuro duce. La storia politica di Benito Mussolini quella, per intenderci, che connotò il suo trascorso prima che desse i natali al nuovo movimento in quel di piazza San Sepolcro a Milano, fu costellata dalla sua appartenenza al socialismo rivoluzionario una corrente, questa, decisamente antiborghese e antisistemica, per così dire, poiché alla stregua dei movimenti più radicali non si proponeva di modificare dall’interno, e per vie legali, lo sviluppo politico del paese bensì di sradicarne gli apparati con una azione violenta ed extraparlamentare attitudine questa che, se vogliamo, preservò, almeno in parte, fino all’alba della sua ascesa ai vertici dell’esecutivo in seguito alla famigerata marcia su Roma del ’22.
Ma una volta acquisito e, soprattutto, consolidato il potere il partito – a quel punto partito unico, naturalmente – cominciò ad operare una serie di stravolgimenti non soltanto pratici ma, ed è quel che più conta in questa sede, soprattutto teorici apportando alcune modifiche sostanziali all’architettura costituzionale del paese.
Questo aspetto, praticamente misconosciuto o quasi ai non addetti ai lavori, fu una peculiarità che caratterizzò, come nessun altro, proprio il totalitarismo fascista il che lo pose, quindi, agli antipodi con i meri stati di polizia nei quali, allora come oggi, era sufficiente l’abrogazione dei diritti civili e l’applicazione della legge marziale contemplata, peraltro, come estrema ratio persino nelle strutture apparentemente più democratiche. Il fascismo, infatti, non sospese affatto i diritti civili limitandosi ad abrogare quelli potenzialmente perniciosi – la libertà di associazione ovvero di opinione e quant’altro – nell’ottica, però, di una struttura omogenea e coerente e, costituzionalmente, legittima.
E per far questo Mussolini si avvalse dei più insigni giuristi presenti nel Regno che, pur stravolgendo la vecchia carta costituzionale che si riallacciava, sostanzialmente, al più che vetusto statuto Albertino del 1848, si adoperarono per edificarne una nuova maggiormente in linea ed in sintonia con i tempi e con la prospettiva di inquadrarla non già in una democrazia liberale bensì in un totalitarismo ed il ricorso, ad esempio, ad un giurista come Alfredo Rocco, per ridisegnare il codice di procedura penale rientrava proprio in questa ottica.
Per i non addetti ai lavori la figura di Rocco si è ammantata, naturalmente, di una accezione, a dir poco, dispregiativa tant’è che, troppo spesso, si utilizzano delle locuzioni, del tutto a sproposito, tipo “roba da codice Rocco” laddove, di contro, per coloro i quali, viceversa, si occupano, ovvero si sono interessati, degli aspetti giuridici e costituzionali suddetta figura assume ben altra valenza tant’è che persino nel dopoguerra i padri fondatori della Repubblica Italiana han preservato moltissime di quelle direttive promulgate dal giurista in quanto, tecnicamente, ineccepibili persino in una democrazia parlamentare tant’è, molti lo ignorano, che il nostro attuale codice di procedura penale rispecchia, fedelmente, la struttura di quella varata dal docente napoletano.
I motivi per i quali il fascismo si prodigò alacremente per ridisegnare la struttura costituzionale nonché i rapporti fra i cittadini modificando, quindi, il codice di procedura penale nonché civile vanno ricercati in una serie svariata di motivazioni, naturalmente, che però possono riassumersi in due linee di fondo contemplanti il duce stesso e la monarchia sabauda.
Da un lato, come detto anche dianzi, c’era la personalità di Mussolini il quale nutriva punta, ovvero scarsa, fiducia sull’esito politico del fascismo una volta che fosse, giocoforza, uscito di scena in quanto consapevole che il movimento a cui dette i natali sarebbe, per così dire, naufragato con lui e, d’altro canto, le furibonde lotte intestine già allignanti all’interno del partito gli avevano fatto baluginare, per sommi capi, l’eutanasia a cui sarebbe andato incontro il regime.
Lungi dall’essere monolitico, infatti, all’interno del fascismo allignavano, già allora, una serie variegata di correnti centripete che, in quel frangente, erano tenute insieme proprio dalla straordinaria personalità del capo, nonché dal suo prestigio personale, ma Mussolini era, parimenti, consapevole che all’interno del partito non esisteva una figura dotata del suo carisma in grado, quindi, di preservarne e consolidarne la struttura che avrebbe, anzi, corso il serio rischio di sfaldarsi repentinamente nel corso degli anni a venire e, d’altro canto, erano solamente tre le figure in grado, almeno potenzialmente, di prenderne in mano le redini ovvero Italo Balbo, Dino Grandi e Galeazzo Ciano.
Balbo, però, perì nei cieli libici ufficialmente per una disgraziatissima avaria al motore del suo velivolo anche se, allora come oggi, si sussurrò che fosse assurto, suo malgrado, ad una sorta di preconizzatore del povero Enrico Mattei ancorchè, va sottolineato, una prova certa di un eventuale coinvolgimento del duce in questa sciagura – ovvero attentato – non è stata mai rinvenuta né allora né dopo.
Quanto a Ciano, invece, Mussolini, con estrema cordialità visti i rapporti di parentela, lo detestava reputandolo decisamente inadeguato – e non a torto, aggiungo, visto che la famigerata mozione Grandi del ’43 fu sottoscritta anche da Ciano che non si rese minimamente conto di quel che andava siglando di suo pugno denotando un acume politico prossimo allo zero assoluto – nonché esponente di quella aristocrazia che il suo trascorso da socialista rivoluzionario gli faceva vedere col fumo negli occhi.
Quanto a Grandi, infine, sarebbe stato, invero, l’uomo più consono ed accreditato ma gli scenari geopolitici offuscarono la sua stella in quanto l’entrata in guerra dell’Italia fascista accanto alla Germania nazionalsocialista misero il gerarca, notoriamente filobritannico, in posizione subalterna.
Non che non vi fossero altri, potenziali, aspiranti alla sua successione ma, certamente, la prospettiva di affidare le redini del partito ad uomini come Pavolini ovvero Farinacci non baluginò, neanche un momento, nei pensieri del duce che temeva – proprio perché la conosceva assai bene da vicino per essersene, reiteratamente, servita in più di una occasione – l’ala dura del fascismo nonchè la sua assoluta miopia politica che avrebbe rischiato di far scivolare il paese nel baratro della guerra civile cosa che, se vogliamo, avvenne dopo il ’43 all’indomani della costituzione della fantomatica Repubblica di Salò a testimonianza, tragica e postuma, che la visione politica di Mussolini era, ancora una volta, corretta cosicché l’unica possibilità che restava era quella di integrare il fascismo nelle strutture e nei cardini dello stato e, dunque, statalizzarlo.
Gli ossessivi richiami, propagandistici, allo stato fascista, all’Italia fascista e quant’altro, erano una sorta di eco di un processo, però, assai più sostanziale e profondo che avveniva, per così dire, dietro le quinte volto, quindi, ad istituzionalizzare il movimento all’interno di un quadro costituzionale nuovo e profondamente omogeneo nel quale il fascismo sarebbe stato, per così dire, osmotizzato e fu in virtù di questo recondito disegno politico che il duce si avvalse, nei campi più disparati, delle migliori risorse intellettuali e tecniche che l’Italia – tutta – in quegli anni, metteva a disposizione per cui se è vero che il fascismo fu un regime totalitario è, altresì, corretto sottolinearne il suo carattere specificamente tecnocratico visto che per riedificare le strutture economiche e politiche del paese il duce si rivolse ai grandi atenei del paese. Inoltre mister Bean ha parlato, nella sua nota precedente, di totalitarismo detotalizzatorio intendendo che, per quanto totalizzante fosse, il fascismo aveva sempre un contraltare forte nella corona sabauda. Si è troppo spesso enfatizzato il ruolo della monarchia negli eventi antecedenti la nomina di Mussolini al capo dell’esecutivo all’indomani della marcia su Roma e, parimenti troppo spesso, obnubilato quello assunto nel corso degli anni del consolidamento, e del consenso plebiscitario, del regime avvenuto, grosso modo, intorno alla metà degli anni ’30. La corona non aveva soltanto un mero ruolo notarile all’interno delle istituzioni né fu mai avulsa da un nefasto attivismo politico che, in virtù di non si sa quale diritto divino, contrassegnò sempre l’operato dei nostri monarchi sabaudi ed, in particolar modo, proprio di Vittorio Emanuele III° una figura che definire indegna rischia di essere persino un complimento.
Il re non soltanto preservò, per sé, il controllo dell’esercito ma intraprese una lunghissima, ventennale, schermaglia contro il duce frapponendogli, sistematicamente, i suoi veti ma non già in virtù dell’ambito costituzionale – che contribuì, come nessun altro, a sfaldare – concessogli bensì in grazia di un non meglio identificato protagonismo squisitamente politico che gli suggerì di cavalcare il fascismo nel pieno del suo apogeo nonché scaricarlo – e nel peggiore dei modi, aggiungo – non appena i venti cominciarono a spirare in direzione avversa.
Mussolini aveva scarsissima considerazione per questo reuccio da quattro soldi ma, certamente, non avrebbe mai potuto immaginare fin dove si potesse strascicare la meschinità di quest’uomo che, all’alba della presentazione delle sue dimissioni da capo dell’esecutivo, non trovò niente di meglio da fare che predisporne gli arresti in quel di villa Savoia facendo precipitare il paese nel baratro della guerra civile nonché riparando, vigliaccamente, in quel di Brindisi sotto l’egida del comando angloamericano di cui, fino ad una settimana prima, era acerrimo nemico.
Mister Bean è, decisamente, furioso !
Non l’ho mai visto perdere, in questo modo, la sua proverbiale flemma britannica eppure, amici miei, non riesco proprio a dargli torto ; d’altronde, prosegue, Vittorio Emanuele III° è stato un degno epigono di una casata invereconda che ha protratto la sua mala genìa persino ai giorni nostri ; non riesco a trovare parole adeguate – soggiunge – per descrivere la nausea che mi ha dato il vedere un principe esibirsi, come l’ultimo dei buffoni di corte, in una rassegna canora !
Non so voi, amici miei, ma questa rievocazione della partecipazione del principe Emanuele Filiberto al festival di Sanremo mi ha fatto rimpiangere, amaramente, il mio caro Ferdinando, il re lazzarone, che la storiografia risorgimentale – sabauda naturalmente ! – ha etichettato come indegno e, più in generale, l’intera casata borbonica di cui, collateralmente, Juan Carlos, l’attuale re di Spagna, ne è un facente parte.
Ed io non riesco proprio a figurarmi Juan Carlos esibirsi in un festival della canzone spagnola !
E se rifletto, per un momento, sul fatto che la mia città sia stata defraudata, con la violenza e con l’inganno, dalle mani dei re borboni per essere consegnata, poi, a questi ciambellani di corte mi viene, davvero, lo sconforto.

sabato 2 aprile 2011

Bean's return ovvero il ritorno di mister Bean, parte seconda

Il totalitarismo detotalizzatorio di mister Bean



Devo ammettere, purtroppo, di essere stato davvero incauto perché appena ho pensato di trovare una smagliatura nella sua linea difensiva, il fermacarte di bronzo di Mussolini tanto per intenderci, ho spostato il baricentro del mio schieramento sulla sua destra – la mia sinistra, naturalmente ! – e lui, con una ripartenza logica velocissima, mi ha folgorato trovandomi completamente sbilanciato. Neanche cinque minuti, insomma, e sono già sotto di un gol ! Rischio di fare una fine meschina alla guida della nazionale di calcio per cui decido di lasciare il pallino del gioco al mio avversario che però, astutamente, rallenta il ritmo e fa possesso palla, estenuante, per linee orizzontali stuzzicandomi onde invogliarmi a portare un pressing alto e trovare dei buchi logici alle mie spalle e castigarmi una seconda volta – cerca, per capirci, di apportare una qual sorta di micidiale uno-due e chiudere il primo tempo in vantaggio ! – per cui, a mia volta, decido, almeno per il momento, di tenere serrate le linee e coprire tutti gli spazi aspettando, sornione, una occasione propizia per riequilibrare il match. D’altro canto anche la sua estenuante logorroicità, ne sono convinto, potrebbe farmi gioco in quanto un possesso palla prolungato potrebbe apportargli un calo di tensione agonistico tale da consentirmi di sorprenderlo con delle repentine folate per linee verticali e, d’altro canto, se lui ha dimostrato, sin dall’inizio, una superiore organizzazione di gioco dalla mia posso vantare, almeno, due fuoriclasse di livello assoluto con i quali intendo, nel corso dell’incontro, giocarmi le mie carte ovvero Sandro Pertini e Marco Travaglio. Lui, invece, da perfido albione, potremmo dire, insiste su Mussolini e sul ventennio consapevole di avere una argomentazione congrua da potergli consentire di tenere il pallino del gioco senza troppi patemi. Ma la partita è lunga e, quindi, decido di assumere un atteggiamento più cauto ed attendista e riprendo, così, ad ascoltarlo. Il fascismo, mi dice, non è stata una dittatura da operetta, come si suole dire, né, tantomeno, un regime imperialista a tarallucci e vino. Queste immagini stereotipate rientrano nel novero di una retorica autocelebrativa e giustificazionista – italiani, brava gente ! tanto per intenderci – tipico della meschinità degli italiani i quali, quando compiono delle porcherie, non hanno neanche il coraggio di assumersi le proprie responsabilità personali né, tantomeno, storiche un malcostume, questo, tipico di tutti i popoli che hanno conosciuto secolari dominazioni straniere tant’è che, ancora oggi, è assai triste consuetudine puntare l’indice contro la classe dirigente – quale che sia, naturalmente – per accusarla dello sfascio del paese rievocando, inconsciamente, le medesime argomentazioni tipiche della società italiana rinascimentale ma con la differenza, sostanziale, che mentre – allora – l’Italia era, effettivamente, un crogiuolo di dominazioni esterofile quando non, sic et simpliciter, estere – Francia, Austria e Spagna su tutte – oggi, viceversa, piaccia o meno il governo e le istituzioni non soltanto sono un fedele riflesso della nostra società civile ma vengono indicate e promosse, almeno formalmente, dall’elettorato stesso. Non si può avocare, continua, la contestuale presenza di una cricca di ladroni per giustificare, ai propri occhi, lo sfascio dei conti pubblici del paese visto che quei mascalzoni sono stati, per decenni, votati e rivoltati dall’elettorato italiano. Lo interrompo cercando di fargli comprendere che la sua interpretazione è un po’ troppo banale e, senza meno, assai poco incisiva per cercare di capire che cosa sia, realmente, accaduto nel paese intorno agli inizi degli anni ’80 ma Bean mi previene asserendo che lui non aveva, in questo contesto, la pretesa – si, l’ha chiamata proprio così : la pretesa ! – di delucidarmi sulla storia recente della repubblica ma, più semplicemente, di aprire un piccolo squarcio sul modus vivendi e pensandi della società italiana che fa parte di una gamma assai più composita e variegata che, però, va sempre a collocarsi nella stereotipata categoria degli italiani brava gente ! di cui sopra e che sta ad indicare di come gli italiani siano, secolarmente, un paese di deresponsabilizzati e, al fondo, perennemente immaturo e questo, lo sottolinea, a prescindere da chi assume le redini della guida politica del vostro paese. Le milizie fasciste – riprende –, le famigerate camicie nere, hanno vergato delle pagine vergognose che però vengono, per così dire, obnubilate ed edulcorate sui testi scolastici quasi fossero state delle allegre combriccole di allegroni che, di tanto in tanto, andavano in giro, magari un pò alticci, a compiere qualche simpatica scorribanda quando la realtà, vera, è di tutt’altro tenore. La cosa, però, decisamente sorprendente è che il proscenio nel quale le milizie diedero il peggio di sé è stato un disgraziatissimo triangolo collimante, grosso modo, proprio con quelle aree nelle quali, alla fine degli anni ’10, imperversò il così detto biennio rosso ovvero l’Emilia Romagna, la Toscana, l’Umbria, le Marche nonché l’ambito rurale veneto ove si resero protagoniste delle peggiori efferatezze. Strano davvero, continua, in quanto l’humus nel quale si trovavano ad agire era quello meno indicato e propizio vista la preponderanza di militanti rossi altrimenti minoritari, quando non del tutto assenti, in altri contesti della penisola. Sarà un caso, continua, ma proprio in quelle aree nascerà e si diffonderà il movimento partigiano che si ammanterà, in prevalenza, di connotazioni politiche di estrema sinistra e, d’altro canto, il bacino culturale e politico nel quale proprio il duce prese le mosse fu quello del socialismo rivoluzionario. In ogni caso Bean sostiene che il totalitarismo italiano sia stato meno totalitarizzante di altri regimi che, in quegli anni, si imposero in Europa e questo, mi spiega, per due ordini specifici di motivi. Da un lato c’era la monarchia sabauda che svolgeva una funzione moderatrice di natura prettamente politico-istituzionale e, dall’altro, le gerarchie ecclesiastiche che espletavano una similare funzione ma da un punto di vista religioso e, soprattutto, culturale. Mussolini, quindi, non disponeva di una completa libertà di movimento perché ogni qualvolta il suo esecutivo licenziava una legge, qualunque aggiungo, essa doveva essere necessariamente ratificata dalla monarchia e questo iter ha accompagnato sia le riforme costituzionali, frenetiche naturalmente, che l’emanazione delle leggi razziali una delle pagine più vergognose, forse la più indegna sotto un profilo prettamente legislativo, del nostro paese. Certo quelle leggi contemplavano una serie molteplice di scappatoie e di deroghe – dalla militanza pregressa in seno al partito ai matrimoni riparatori e quant’altro – ma se, da un punto di vista concreto, le discriminazioni patite dai cittadini ebraici furono – almeno fino a quando il fascismo preservò il pieno controllo della gestione politica del paese –, senza meno, inferiori rispetto a quelle di altri paesi – non solo la Germania nazionalsocialista, beninteso ! – è pur vero, però, che la stesura e la promulgazione di una legislazione razziale – alla quale collaborarono, in ambito tecnico, giuristi, docenti universitari e costituzionalisti di prim’ordine ed alla cui divulgazione si occuparono, dalle pagine dei loro fogli, giornalisti come Indro Montanelli ed Eugenio Scalfari nonché esponenti politici come Amintore Fanfani ed Aldo Moro – non fu, certo, una cosa di cui andare fieri e di cui promulgare una ricorrenza – come è stato fatto, di recente, per il 150° anniversario dell’unità nazionale, insomma – anche se, va altresì sottolineato, che suddetta legislazione non può essere letta, ed interpretata, con la sensibilità coeva bensì contestualizzata al periodo nella quale venne alla luce in quanto la parola razzismo – nonché tutte le sue derivazioni, naturalmente – si è connotata, oggi, di una valenza molto diversa rispetto a quella che possedeva non più tardi di quarant’anni orsono e se vogliamo fare una disamina corretta delle problematiche attinenti le legislazioni razziali dobbiamo cercare di affrancarci da noi stessi e proiettarci nell’humus – culturale e non solo – di quegli anni per attingerne la corretta valenza interpretativa. Ma l’aspetto, sorprendente direi, su cui Bean intende soffermare la sua attenzione è il rigoroso rispetto delle forme costituzionali nelle quali il fascismo operò durante il ventennio e di cui, mi ha detto, mi darà qualche ulteriore delucidazione nelle prossime note a latere.

venerdì 1 aprile 2011

Beans' return ovvero il ritorno di mister Bean, parte prima

Fascisticamente e sfascisticamente… Bean !!!



Fasci e sfasci ovvero fascismo e sfascismo ; in due parole Bean ha già fornito un canovaccio di massima dove intende articolare i suoi folli deliri da psicopatico che mi hanno inchiodato, ve l’ho già detto mi pare, per quattro giorni su un liso sofà del suo salottino e la cosa, oltremodo, divertente – forse dovrei dire preoccupante – è che, dopo un po’, la sua litania ha cominciato ad avvolgermi come una tintinnate e soave nenia orientale al punto tale che, lo confesso, mi sembrava davvero che le sue farneticazioni non fossero, poi, tali ma che occultassero un laborioso e pervicace processo di analisi. D’altro canto Bean è un provocatore che al posto dei sampietrini usa le parole, le iperbole ed i paradossi logici divertendosi a modificare le prospettive senza riguardo alcuno per le idee – meglio le ideologie ! – delle quali, da tempo immemore oramai, ha smesso di servirsi. E la logica, si sa, alle volte è scomoda e, direi, inutile poiché, non parlando al cuore delle persone, suole scivolare via, leggera ed eterea, e dileguarsi senza lasciare traccia di sé in particolar modo, poi, se viene avocata per sconfessare un credo, laico evidentemente, sedimentatosi nella pelle, ancor prima che nelle coscienze, delle persone. Cercare di instaurare un dialogo con una torçida in una curva da stadio è follia allo stato puro così come, parimenti, provare a parlare ad un elettorato – sia esso di destra o di sinistra poco importa – militante è impresa, a dir poco, temeraria. Ma poiché il nostro antieroe preferito non ha assolutamente nulla di meglio da fare non ha perso tempo ed ha cominciato mostrandomi un fermacarte di bronzo messo lì, in bella vista, sulla sua scrivania. Aveva una forma antropomorfa ma, guardandola meglio, ho notato che si trattava di una stilizzazione del volto di Mussolini ma prima ancora che potessi proferire mezza parola mi ha colto, immediatamente, in fallo. Bean mi ha detto di aver comperato quel fermacarte in un mercato dell’antiquariato dislocato nella celeberrima Portobello’s road ma non perché, come avevo sospettato, fosse un simpatizzante del fascismo ovvero del duce bensì in quanto quell’oggetto, risalente agli anni della guerra, aveva un valore ed un trascorso intrinseco incommensurabile che giustificavano, secondo lui, ampiamente l’esborso di quelle 20 sterline richiestegli dal rigattiere. Sicuramente, diceva Bean, quel fermacarte doveva essere appartenuto a qualche italiano simpatizzante del fascismo che, negli accadimenti convulsi dopo l’8 settembre, aveva reputato opportuno disfarsene celermente svendendolo, magari. a qualche milite britannico in cambio di qualche prebenda alimentare. E questo soldato sarà, senza meno, rientrato in patria con diversi souvenir from Italy perché, magari, era un appassionato collezionista di chincaglierie. Poi, magari, dopo la sua scomparsa i suoi figli avevano reputato opportuno dismettere tutti quei fastidiosi ammennicoli accumulati dal padre e chiamare un rigattiere per disfarsene. E solamente un caso fortuito – una bella giornata primaverile, magari – aveva portato Bean, quel giorno, a Portobello’s road a scegliere quel fermacarte e ad appropriarsene. O forse era stato il fermacarte a sceglierlo ? O, ancora, era scritto da qualche parte che quel fermacarte avrebbe dovuto transitare, un giorno, sulla scrivania di Bean per finire il suo viaggio itinerante chissà dove ? Il caso, la scelta, il destino ovvero tre modi diversi di inquadrare un accadimento, direi, assolutamente insignificante ; eppure basta cambiare la prospettiva per avere tre differenti interpretazioni di quel medesimo trascorso che ha fatto si che oggi, sulla scrivania del nostro eroe, ci fosse un fermacarte di bronzo del duce. “Ma voi italiani” – mi ha detto – “siete talmente pregni di ideologie balzane che subito mi avete affibbiato una etichetta senza neanche, per un istante, pensare che le motivazioni che han presieduto a quell’acquisto potessero essere ricercate altrove dalla mera appartenenza ad una ideologia ; e questo è un segnale inequivocabile della vostra miseria intellettuale !”. Cominciamo bene, pensai ; epperò, amici miei, come avrei potuto dargli torto ? Noi italiani siamo così meschini e stolti che tendiamo ad ideologizzare ogni minima inezia. Pensiamo, per un istante, alla nostra carta costituzionale, ad esempio : ora chi pensa sia opportuno adeguarla ai tempi e modificarla, anche in assoluta buona fede e con cognizione di causa, viene già visto con sospetto dall’elettorato di sinistra e con malcelato plauso da quello di destra e, se vogliamo, stiamo parlando, in senso stretto e provocatoriamente, di un mero pezzo di carta che, però, è assurto ad una sorta di feticcio, l’ennesimo credo laico dei nostri giorni, insomma. Abbiamo mandato in soffitta il credo religioso per ammantarci di un credo ideologico senza neanche rendercene conto sostituendo, quindi, ad una fede un’altra fede senza, però, mutare minimamente il nostro approccio fideistico, per così dire, trasmigrando, allegramente direi, da un oscurantismo ad un altro. Siamo messi male, evidentemente, ma neanche ce ne accorgiamo tutti presi, come siamo, dalle nostre fervide convinzioni eteroindotte volte a dicotomizzare, in guisa manichea, le coscienze delle persone al fine di una sterile contrapposizione orizzontale assai idonea, però, al controllo ed alla gestione del consenso. Ed il controllo e la gestione del consenso equivale, prosaicamente, a prebende, finanziamenti, appalti e subappalti da elargire ad imprese amiche le quali, a loro volta, creano un indotto fortemente influenzato ed interessato ad alimentare, nelle loro maestranze, un consenso politico consono di tipo, per così dire, clientelare. Nulla di nuovo sotto il sole, invero, se consideriamo che l’etimologia della parola clientela ci rimanda, inevitabilmente, alla madre lingua latina che attesta, laddove ce ne fosse bisogno, che i clientes erano delle figure già ampiamente presenti nei resoconti degli annalisti coevi della Roma repubblicana. D’altro canto la storia stessa del nostro paese, in senso lato, è impregnata di dicotomie larvate e striscianti che accompagnano, purtroppo, la stesura stessa dei testi scolastici che ci illustrano, tanto per intenderci, di come sin dall’alba dei tempi il proscenio storico fosse costellato da contrapposizioni una schematizzazione, questa, assai poco storiografia ed assai pedagogica che, se vogliamo, proprio con la storia ha punto, o poco, a che vedere. Volteggiamo, come degli idioti ed ignoranti quali solo noi italiani soliamo essere, da Romolo e Remo passando per Roma e Albalonga, Roma e l’Etruria, Roma e Cartagine, Roma e le polis greche, Roma e la Gallia, Roma e la Britannia, Roma e la Partia, Roma e i barbari ; per non parlare, poi, delle sterili contrapposizioni sociali interne – uomini liberi e schiavi, patrizi e plebei etc. – per finire, poi, alle istituzioni : dalla monarchia vs. la repubblica e dalla repubblica vs. l’impero ed il tutto senza neanche, minimamente, soffermarci a pensare che forse, magari solo forse, la storia non è – né può essere a giudizio di mister Bean – una meschina contrapposizione fra due fantomatiche entità ma, piuttosto, una progressiva evoluzione di composite, nonché variegatissime, istanze socioeconomiche centripete tenute insieme dalle istituzioni politiche ed economiche di un paese. Sostenere, come si sostiene, che l’impero romano sia venuto meno per le invasioni barbariche è una semplificazione talmente ridicola che nessun accademico l'ha mai presa, seriamente, in considerazione e, d’altro canto, davvero non si riesce a comprendere come mai le invictae legioni dell’Urbe potessero, all’improvviso, esser divenute del tutto imbelli. Ma questo approccio dicotomico, appunto, tende ad obnubilare le facoltà critiche sin dalla più tenera età imprimendo una struttura logico-deduttiva assai scarna e povera e, proprio per questo, assai influenzabile e malleabile che viene ampiamente foraggiata per la cristallizzazione del consenso. E quanto sia, invero, intriso il nostro modus pensandi di dicotomie striscianti lo possiamo, ahimè, desumere financo dalle sterili contrapposizioni sportive. “Siete o non siete” - prosegue Bean – “il paese di Coppi e Bartali e di Mazzola e Rivera ?” E come dargli torto, pensavo tra me e me, visto che ho avuto non poche difficoltà di stesura persino nei miei posts dedicati alla boxe afroamericana quando ho voluto allargare il campo della macchina da presa ed includere, accanto a Muhammad Ali e Joe Frazier, George Foreman ? Beh nulla da dire, insomma, almeno per ora. Mister Bean 1 Italia 0. Ma siamo solo all’inizio, mi dice lui. E in mente mi vengono i fantasmi del 1948 quando, a Torino, la nostra nazionale subì, proprio dagli inglesi, una delle sue più umilianti batoste nella sua storia calcistica, uno 0 a 4 senza appello.