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domenica 4 aprile 2010

Dino Zoff

Il 29 maggio del 1983 una Italia abulica ed inconcludente venne sconfitta, nettamente, per 2 a 0 dalla Svezia ad Helsinki in un incontro valido per le qualificazioni ai campionati europei di calcio che si sarebbero tenuti, l’anno successivo, in Francia. Appena due giorni dopo l’unico giocatore azzurro che non colò a picco in quel vergognoso naufragio ma che, anzi, ci evitò una umiliazione di gran lunga peggiore annunciò il suo ritiro. Il suo commiato dal mondo del calcio fu scandito da una laconica dichiarazione in una anonima sala stampa di Torino nella quale proferì sei parole che rimasero scolpite indelebilmente nella mia memoria : “Mi mancherà il profumo dell’erba”.
Così, quasi in punta di piedi, con una sobrietà ed una eleganza d’altri tempi se ne andava Dino Zoff. Fu in quella occasione che, per la prima volta, provai un senso di smarrimento profondo perché, pur senza fanfare e proclami, cadeva, e rovinosamente, un punto fermo della mia adolescenza. Io sono nato nel 1966 ed ero già stato spettatore di qualche cambiamento, anche drammatico, della storia del paese. Ricordo l’annuncio delle dimissioni di Giovanni Leone dalla presidenza della repubblica. Ricordo il rapimento ed il rinvenimento del corpo di Aldo Moro. Ricordo, altresì, quella cappa asfissiante che trasudava dai notiziari televisivi di quegli anni che prenderanno, poi, il nome di anni di piombo. Ricordo la morte di Paolo VI. Ricordo l’ascesa al soglio di Pietro di Albino Luciani e la sua tragica e repentina dipartita. Ricordo la nomina di papa Wojtyla. Assistevo, inerte ed inconsapevole, ad una serie di mutamenti, anche epocali, che stavano segnando la storia del nostro paese e della cristianità pur tuttavia, in questo clima di sfaldamento che cominciavo nitidamente a percepire, nutrivo una irrazionale speranza che colui che mi aveva accompagnato sin dall’infanzia lo avrebbe continuato a fare ancora per gli anni a venire con la sua giubba grigia, il numero uno cucito sulle spalle, il suo melanconico sorriso, la sua proverbiale laconicità.
Del resto il nome di Zoff resterà scolpito, in maniera indelebile, in tutte le compagini che la nazionale azzurra avrebbe messo in campo in un lasso di tempo che avrebbe coperto più di tre lustri. Rammento distintamente almeno tre schieramenti di quegli anni. Il primo fu quello che ci accompagnò alla fase finale dei mondiali di Monaco e che così recitava :
Zoff, Spinosi, Facchetti ; Benetti, Morini, Burgnich ; Mazzola, Capello, Chinaglia, Rivera e Riva.
Il secondo fu quello che mise in campo Bearzot, quattro anni dopo, in occasione dei mondiali di Argentina :
Zoff, Gentile, Cabrini ; Benetti, Bellugi, Scirea ; Causio, Tardelli, Rossi, Antognoni e Bettega.
Infine l’ultimo, quello più famoso, fu la compagine che avrebbe vinto il titolo mondiale in Spagna :
Zoff, Gentile, Cabrini ; Oriali, Collovati, Scirea ; Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni e Graziani.
Zoff, quindi, ai miei occhi si stagliava, alla stregua del ruolo che ricopriva sul campo, come l'ultimo baluardo di un mondo che andava, pian piano, ammainando le vele.
Potrei citare decine di episodi che videro protagonista il nostro portiere. Ho scelto di riproporne, brevemente, cinque ai quali sono, emotivamente, più legato.
Il primo mi riporta ad un incontro di calcio trasmesso dalla RaiTv in diretta in eurovisione. Erano le 21.00 circa del 14 novembre del 1973 quando scesero in campo, al Wembley stadium di Londra, le nazionali di Inghilterra ed Italia. Senza saperlo ero in procinto di assistere ad un evento epocale perché, al termine dei novanta minuti, gli azzurri espugnarono, per la prima volta nella loro storia, il leggendario tempio del calcio inglese. Di quella partita preservo tre distinte immagini scolpite nella memoria. La prima è quella di Riva che mentre respirava sembrava alzare volute di fumo dalla bocca. La seconda è il gol di Capello propiziato da uno spunto di Chinaglia sulla fascia destra concluso con un tiro-cross in diagonale sul quale Shilton fece un intervento non ineccepibile smanacciando la palla a ridosso dell’area piccola dove irruppe Capello che, di piatto, appoggiò delicatamente il pallone nella porta sguarnita. E la terza è un intervento di Zoff che, a pugni uniti, quasi in ginocchio, riuscì a deviare in calcio d’angolo una violentissima conclusione scoccata appena entro l’area di rigore da un giocatore britannico. Dino, quella sera, fu sensazionale al punto che i reporters inglesi lo definirono “portiere-saracinesca”. Da quel momento in poi il neologismo prese a divenire una sorta di leit-motiv per cui locuzioni tipo “mettere la saracinesca”, “chiudere la saracinesca” e simili divennero figure retoriche consuetudinarie nel lessico calcistico.
Il secondo episodio, invece, mi riporta al 15 giugno 1974 quando la nazionale italiana debuttò al mondiale di calcio di Monaco di Baviera. E’ un ricordo molto amaro perché, all’inizio del secondo tempo, il centravanti della compagine haitiana, tale Sanon, raccolse un rilancio dalla propria trequarti del mediano Vorbè che colse completamente sbilanciata la nostra difesa e si involò come una saetta tutto solo verso la nostra porta rincorso da uno Spinosi goffamente in affanno che cercò persino di aggrapparsi alla maglietta dell’avversario. Zoff uscì disperatamente dai pali cercando di chiudere lo specchio della porta ma fu sbilanciato da una finta di corpo all’interno di Sanon che, invece, lo dribblò in velocità verso l’esterno per poi depositare il pallone in fondo alla rete. Dopo 1.143 minuti cadeva l’imbattibilità del nostro portiere ad opera di uno dei più misconosciuti calciatori che una kermesse continentale potesse annoverare. Un auspicio davvero nefasto per una spedizione, la nostra, partita con i favori del pronostico e destinata, invece, ad uscire, ed in malo modo, dopo appena tre partite. Disperato confesso che, da allora in poi, contai disperatamente i minuti che scandivano tutte le partite in nazionale di Zoff sperando di poter assistere ad un replay, in corso d’opera, di quel record ma, ahimè, attesi invano.
Un altro ricordo, parimenti amaro, legato a Zoff fu il vergognoso linciaggio di cui fu vittima, per diversi anni a venire, a seguito di quel disgraziatissimo gol subito da Arie Haan in occasione di una Olanda-Italia, partita decisiva per l’ingresso alla finalissima dei mondiali di Argentina nel 1978. Hann scoccò un tiro da circa quaranta metri che sarebbe stato del tutto innocuo se la palla non avesse preso, all’improvviso ed a ridosso del nostro portiere, una traiettoria del tutto imprevedibile formando una sorta di ellissi e depositandosi beffardamente in fondo alla rete. L’Italia usciva, così, mestamente di scena da quella edizione del mondiale dopo aver mostrato, senza dubbio, il miglior calcio di tutta la rassegna continentale. In realtà era una compagine dal fiato corto che aveva esaurito le batterie fisiche e nervose dopo la prima fase del torneo e che aveva terminato in affanno il suo cammino nella seconda parte. Ciò nonostante la stampa sportiva cercava un caprio espiatorio da dare in pasto ad una famelica opinione pubblica e cominciò a sparare a zero contro il nostro capitano. Fu uno stillicidio reiterato che si protrasse per anni ma che si infranse miseramente sulla tempra coriacea di un laconico contadino friulano che, del lavoro nei campi, aveva fatto tesoro. In quella circostanza cominciai ad amare, prima ancora del calciatore, l’uomo Dino Zoff.
Un altro ricordo, senza dubbio il più bello, che mi lega a Dino Zoff fu in occasione di una partita di campionato che si svolse allo stadio San Paolo tra Napoli e Juventus. Era il 1981 ed il Napoli si giocava, in casa, l’ultima chanche di riagganciare, in testa alla classifica, la squadra bianconera. E’ sempre stata consuetudine di una curva accogliere il portiere avversario tra fischi, lazzi e sberleffi e Napoli non faceva certo eccezione. L’unico portiere ospite che a Napoli veniva sempre accolto fra gli applausi, in virtù di una remota militanza nella squadra partenopea, era proprio Zoff. Poco prima del calcio di inizio del secondo tempo, Zoff si avviò verso la porta posta proprio sotto la famigerata curva B dove era assiepata la tifoseria azzurra organizzata. Rispetto a quando mi recavo allo stadio con mio padre la tifoseria era molto cambiata e, già allora, uno sparuto manipolo di delinquenti sedicenti ultras, prezzolati dalla società, tenevano sotto scacco una intera gradinata di, almeno, 15-20.000 persone. Ricordo, distintamente, il becero capo ultrà, Gennaro Montuori, aizzare i propri accoliti contro Zoff e si cominciarono, nitidamente, ad udire i primi fischi ed i primi insulti rivolti contro il giocatore. Fu la prima, ed unica volta a mia memoria, che tutta la curva si alzò provocatoriamente in piedi e sommerse quel crocchio di mascalzoni con un boato terrificante di applausi rivolti al portiere juventino. Lessi, nei loro sguardi, una espressione di incredulità a cui, di lì a poco, seguì un vero e proprio sconcerto quando, dalle gradinate, si alzò il coro Di-no Di-no. Per qualche istante mi parve, davvero, di essere nella curva Philadelphia dello stadio comunale di Torino e non nella curva B del San Paolo di Napoli. Per tutto il secondo tempo gli ultras del Napoli, che si fregiavano di essere l’avanguardia della tifoseria locale, non osarono proferire nemmeno un insulto al giocatore tremebondi dinanzi ad una eventuale reazione negativa di tutta la curva. Inutile dire che io fui tra quelli che più si spellarono le mani ad applaudire Zoff e ad alzare la mia voce accompagnando quel coro. Ricordo che Zoff, in segno di rispetto, abbassò leggermente lo sguardo e, con la mano sinistra, fece un rapido cenno di saluto al pubblico poi si sistemò fra i pali e per tutto l’incontro volse, come di consueto, le spalle agli spettatori senza girarsi mai. Sono passati trenta anni e ancora adesso mi viene, come allora, la pelle d’oca nel rammentare questo splendido episodio. Per la cronaca il Napoli perse 1 a 0 e disse addio ai suoi sogni tricolori.
Infine l’ultimo episodio, con il quale intendo chiudere questo piccolo tributo a Zoff, fu quando il re di Spagna Juan Carlos gli porse tra le mani la coppa del mondo. A quaranta anni suonati e con la fascia di capitano sul braccio, Zoff sollevò per la prima volta, al termine di una carriera fantastica, quel cimelio che aveva soltanto sfiorato in Messico dodici anni prima anche se, in quella circostanza, era solamente il secondo di Albertosi a seguito di una cervellotica e, quanto mai, poco chiara e felice scelta dell’allora selezionatore azzurro Ferruccio Valcareggi che, all’ultimo momento, lo preferì proprio a lui, Zoff, che era stato, fino a quel momento, il portiere titolare della nazionale e con il quale il commissario tecnico si era laureato campione d’Europa appena due anni prima a Roma. In un mondiale caratterizzato dalla staffetta politica Rivera-Mazzola nonché dalle polemiche che videro in prima linea il golden boy azzurro circa l’estromissione forzata ed imprevista di Lodetti dall’elenco dei ventidue colui che, sicuramente, avrebbe avuto tutte le ragioni per mostrare un risentimento per la propria epurazione dai pali non proferì parola e non dette adito a polemiche e tensioni in uno spogliatoio, a dir poco, incandescente infondendo, nonostante la sua giovane età, tutta la tranquillità necessaria ad Albertosi per consentirgli di disputare, al meglio, quella rassegna mondiale. Peccato che Albertosi non se ne rammentò punto in occasione dello sciacallagio patito da Zoff otto anni dopo in Argentina rilasciando infuocate dichiarazioni contro il portiere della nazionale reo, a suo dire, di essere il responsabile principale della eliminazione degli azzurri da parte della compagine olandese.
Ad ogni buon conto, l’immagine del nostro capitano che alza la coppa del mondo venne celebrata anche dalle poste italiane che emise un francobollo nel quale questa scena venne riprodotta in forma stilizzata. Fu lì, nella tribuna d'onore dello stadio Santiago Bernabeu di Madrid, che Dino Zoff prese commiato dal mondo del calcio. Ed io, insieme a lui, presi commiato dalla mia adolescenza.

Ringrazio l’amico Francesco De Leo che mi ha consentito di utilizzare, come link di chiusura a questo post, un filmato da lui montato e messo in condivisione su YouTube.